Una giornata tipo

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Vi mostriamo una giornata tipo, per la verità molto realistica, divisa per gruppi di abitanti:

E’,  come si è detto, il frutto di una programmazione, rivista settimanalmente e ridiscussa quotidianamente. Tutto è organizzato secondo il principio dell’educazione strutturata permanente, che prevede: 

I visitatori di Cascina Rossago sono spesso colpiti dalla particolare “atmosfera” affettiva e di “spontaneità” spesso giocosa nelle interazioni. In realtà si tratta di una spontaneità ampiamente governata sostenuta e facilitata dai principi di una costante educazione strutturata che si avvale ovviamente di tutto il repertorio classico di tecniche comportamentiste (prompt, rinforzi, modeling ecc.), che è l’ABC di qualsiasi intervento sule disabilità, ma che è costantemente inserito in questo atteggiamento comune di attenzione per le esperienze soggettive e gli aspetti personologici: il pensiero di gruppo, alimentato quotidianamente, di cui si parlava prima. Ovviamente non c’è alcuna contraddizione tra l’uso di tecniche comportamentiste e l’attenzione relazionale (e l’ispirazione dinamica che fondamentalmente regge il tutto). Anzi, questa oscillazione è fondamentale: da un lato per non ridurre l’educazione strutturata e la psiceducazione a banali formulette meccaniche senza pensiero, dall’altro per dare corpo operativo all’intuizione relazionale, giacchè abbiamo a che fare con persone con difficoltà così importanti (e che spesso non parlano neppure).

Vogliamo sottolineare tre altri aspetti importanti:

Quello che è certo è che gli schemi appresi, anche complessi, di sequenze di attività lavorative o ludiche, si stabilizzano, generalizzano, consentono progressive autonomie, a partire da un “fare insieme” che coivolge l’educatore, che non “insegna dall’esterno”, ma “fa” con la persona autistica, la quale, per tutti i problemi che conosciamo di coerenza centrale, si appoggia all’inizio fortemente, in modo più o meno passivo alla intenzionalità dell’educatore, aderisce ad essa….si inserisce magari stentatamente all’inizio in essa, per poi progressivamente staccarsene. Abbiamo chiamato tutto ciò “problem solving condiviso” per indicare la posizione attiva dell’educatore, che inizialmente fornirà molti prompt, o addirittura si sostituirà quando necessario al ragazzo per colmare le lacune, per poi progressivamente lasciare lo spazio alle capacità emergenti del ragazzo.

Dunque:  intervento naturalistico; stretta coerenza non solo tra gli interventi ma tra interventi e vita; “fare insieme” e non educare astrattamente; attenzione alle soggettività e alle tollerabilità delle frustrazioni…Gli aspetti dell’elicitazione e facilitazione di abilità in un contesto “naturalistico”, dello sviluppo di competenze comunicative e pragmatiche all’interno di una costante interazione sociale reciproca, della centratura sugli aspetti soggettivi e affettivi, sulla relazione, in una cornice di attenzione al contenitore affettivo complessivo, costituiscono delle importanti varianti rispetto alle metodologie comportamentali tradizionali e di Discrete Trial Training, che avvicinano il nostro metodo di lavoro, per diversi aspetti, da un lato ad alcune evoluzioni delle metodologie comportamentistiche che hanno fatto progressivamente tesoro delle acquisizioni sugli aspetti primari, nell’autismo, dei deficit imitativi e della disabilità relazionale-sociale (ad esempio il modello Denver di S.Rogers e G. Dawson) dall’altro al noto modello evolutivo “floor-time” di S. Greenspan, di derivazione ed ispirazione relazionale-dinamica.